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Perchè il mio cane mi obbedisce in casa e fuori no?

addestramento del cane provincia di lecce

Perchè il mio cane mi obbedisce in casa e fuori no?

 

I cani non hanno la capacità di generalizzare un comportamento o un evento come noi umani. Se gli abbiamo insegnato il seduto o il terra in casa, non è detto che lo esegua in giardino, al parco o in un altro contesto. O se ha imparato a rispettare il gatto in casa, non è detto che fuori in giardino non lo rincorra per predarlo.  Sono bravissimi a generalizzare eventi negativi (se si spaventano per qualcosa, si spaventeranno per quella cosa in qualsiasi luogo la incontrino) ma non purtroppo quelli positivi o neutri. Anche a voi sarà capitato di vedere una persona sempre in un contesto ma quando la incontrate in un altro contesto faticate a riconoscerla.

Un suggerimento è quello di provare il comportamento prima nel luogo dove di solito lavorate con il vostro amico e poi di esercitarvi in un altro luogo usando un premio di più alto valore. Se prima avete usato un wuerstel, ora provate con pezzetti di pollo o con del formaggio. Usate più entusiasmo nel luogo nuovo e mixate il nuovo comportamento con altri comportamenti più facili che il vostro amico già conosce.

 

Barbara Dimitri (Educatore ed Istruttore cinofilo)

Cani “assassini”, facciamo un po’ di chiarezza.

Il mostro è stato sbattuto ancora una volta in prima pagina.

Giusto per citare uno dei titoli e per capire di cosa stiamo parlando: “Quei cani da guardia che non sono amici dell’uomo. Due dogo argentini hanno sbranato il piccolo Giorgio, il loro padroncino di un anno e mezzo.”

Giustizia (almeno giornalisticamente parlando) è stata fatta. E come non “condividere” le dichiarazioni del vicesindaco: “Giorno tragico oggi per Mascalucia. Vi invito a pregare per il piccolo di poco più di un anno che non ce l’ha fatta e per la madre ferita nel tentativo di strapparlo ai loro cani inferociti. Lasciate che vi confidi solo una cosa: con tutta la fede che posso immaginare non riesco ad accettare che un bambino indifeso muoia così. O forse è la mia fede che non è abbastanza forte per comprendere”.

E sì in effetti è proprio una questione di fede. D’altronde con la fede possiamo liquidare ogni questione a cui la nostra mente, purtroppo limitata, non riesce a dare una spiegazione.

E soprattutto abbiamo bisogno proprio della fede per comprendere e spiegare l’inspiegabile.

E così certi tipi di cani sono posseduti dal diavolo, le madri sono snaturate perché lasciano i figli da soli a giocare con le bestie, c’è la mano di un Dio invisibile che tutto fa’ e tutto disfa e bisogna accettare l’ineluttabile destino con un atto di fede.

Il processo di “deresponsabilizzazione” è in questo modo ben riuscito. E’ interessante come la mente umana abbia questo bisogno innato di crearsi “mostri”, forse perché così è più facile comprendere, non si deve andare a fondo e la spiegazione di tutto è già lì, a portata di mano. La teoria del “mostro” inoltre riscuote successo sicuro, soprattutto se misuriamo questo successo con il numero di condivisioni o di Like su Facebook.

Proviamo a capire invece come sono andate veramente le cose. Per questo però dobbiamo scomodare l’etologia, le scienze in materia di cognizione e psicologia animale e le teorie sulla comunicazione animale, e questo, per i più, può essere veramente troppo.

Noi però, che gli animali li amiamo e con loro condividiamo le nostre vite e le emozioni più profonde, le cose le vogliamo capire.

Intanto partiamo col dire che la dinamica dell’incidente non è per niente chiara ed è riportata in modo diverso da ogni quotidiano.

  • Il bimbo era solo al momento dell’aggressione e che solo dopo le grida di una vicina di casa la mamma è intervenuta in soccorso del figlio.
  • Il bimbo giocava in una piscinetta sul prato con la madre a pochi metri da lui, quando i cani sono “improvvisamente impazziti” e lo hanno attaccato.
  • Il bimbo era in braccio alla madre quando improvvisamente gli animali si sono avventati.

Capire “come siano andate veramente le cose” non è per niente marginale, come ci vogliono far credere i giornali. E’ necessario comprendere cosa abbia scatenato la “furia omicida” dei due animali proprio per evitare incidenti futuri.

Punto primo, cerchiamo di capire chi è il Dogo Argentino.

Il Dogo argentino nasce come cane da caccia per grossa selvaggina, laddove (in Argentina) per “grossa selvaggina” si intende soprattutto “puma”, cinghiali e altri animaletti simili.

E’ un cane riservato, tranquillo, affettuosissimo con i suoi familiari, dolcissimo e molto protettivo con i “suoi” bambini. In una altra fonte leggo “tende inoltre ad avere rispetto totale per i bambini, risulta pertanto essere un buon cane da famiglia. Svolge infatti senza problemi il compito di guardiano unito al rispetto ed alla generosità nei confronti dei membri del gruppo famigliare”.

Qualcosa dunque non torna.

L’IMPORTANZA DELLA “SOCIALIZZAZIONE”

Le affermazioni riportate sopra ci fanno capire come alla base sia sicuramente mancato un percorso corretto di “socializzazione” dei 2 doghi. Se i 2 cani vivevano in giardino, isolati dunque dal contesto familiare, e magari incontravano il bimbo solo nelle rare occasioni di gioco all’aperto, è possibile che non l’abbiamo riconosciuto appunto come “famiglia”, come “facente parte del loro branco” e lo abbiano attaccato percependolo come elemento strano ed estraneo.

Il periodo di socializzazione dei cuccioli è il periodo più importante nella vita di un cane assieme al periodo dell’imprinting (il brevissimo periodo dopo la nascita in cui il processo di apprendimento istintivo porta l’animale al riconoscimento della propria specie e dei propri conspecifici).

In questo periodo fondamentale che dura in media non più di 16 settimane il cane deve essere esposto in modo massiccio ad ogni tipo di stimolo esterno in modo che da adulto riconosca tali stimoli come normalità e dunque non sviluppi contro di essi atteggiamenti né di paura e né di aggressività.

Per stimoli intendo ogni tipologia di cose, persone ed animali che vi possano venire in mente: dai bambini alle persone adulte o anziane di ogni tipo e colore, vestite normalmente e in modo strano, con l’ombrello o con il cappello (uno dei miei cani per esempio ha paura delle persone con il cappello), che camminano normalmente o zoppicando, o magari con il bastone; dagli altri conspecifici di diverse età, taglie e colori ad altri animali (gatti, polli, criceti e chi più ne ha più ne metta) con i quali magari il nostro amico si troverà a condividere la quotidianità.

Tutto questo mondo variopinto al quale il cucciolo deve essere esposto nel periodo della “socializzazione”, nella mente del cane adulto, dovrà sembrare “normale amministrazione” e non qualcosa di cui aver paura o qualcosa percepita come estranea. Se questo non avviene correttamente, il cane può arrivare a dimostrare diffidenza e nel peggiore dei casi aggressività arrivando anche a sferrare l’attacco. E se a mordere è un Dogo Argentino, o un Pitt Bull o un Maremmano capirete bene, come sicuramente, non ci saranno le stesse conseguenze del morso di un barboncino o di un chiwawa.

L’ERRATA COMUNICAZIONE

Un’altra ipotesi che si potrebbe fare per spiegare questa triste vicenda, senza scomodare la fede e il diavolo, è che il comportamento del bimbo (ovviamente non intenzionale) abbia potuto scatenare l’attacco. Purtroppo i bambini con i loro movimenti goffi, veloci e diretti, (aggiungerei, a volte anche irrispettosi nei confronti degli animali, ma non penso sia stato questo il caso), con le loro grida stridule possono sollecitare istinti di difesa o di predazione nel cane. Soprattutto poi, se come afferma uno dei quotidiani citati sopra, la mamma teneva in braccio (dunque in una posizione alta) il bimbo.

La preda in natura quando si trova in pericolo emette gridi striduli e di tonalità bassa e questo non fa altro che incitare di più il predatore. E così il movimento veloce e diretto, in linea dritta, verso il cane può essere percepito dall’animale come una dichiarazione di guerra sollecitando in lui aggressività di tipo difensivo. Quando mi avvicino ad un cane, se voglio inviargli un messaggio di pace, dovrei fare la cosiddetta “curva di pacificazione”. Se siamo noi gli esseri superiori e intelligenti, come affermiamo di essere, allora tocca a noi la responsabilità di trovare il giusto canale di comunicazione. E se poi abbiamo figli piccoli e ci viene lo schiribizzo di adottare una razza forte come il Dogo non possiamo prenderci di certo il lusso di essere ignoranti in materia.

DIFESA DEL TERRITORIO E CORRETTA GESTIONE DELLE RISORSE

Un’altra ipotesi che mi viene in mente e che va a braccetto con una corretta socializzazione nei confronti degli stimoli estranei e strani, è che questo tipo di cani, ora impiegati per la guardia e difesa del territorio, abbiano percepito la presenza del bambino come intrusiva.

Non va dimenticato che nella mente dell’animale, qualsiasi cosa può divenire risorsa, pertanto degna di essere difesa, spesso anche con atteggiamenti aggressivi. In questo può rientrare anche un problema di “scorretta gestione delle risorse (spazi, cibo, giochi e coccole)” da parte dei proprietari. Con questo tipo di razze forti, (ma questa cosa vale per TUTTI i cani, anche per il barboncino) ci vuole una gestione ferma e coerente, proprietari che siano “autorevoli” ma non “autoritari”, una corretta comunicazione delle “regole” e dei “limiti”, proprio come faremmo con i nostri pargoli.

Chi adotta cani del genere dovrebbe essere consapevole di tutto questo. Un’arma è di per sé innocua, non può esplodere colpi da sola, ma data in mano ad un imbecille può diventare letale.

Barbara Dimitri (Educatore ed Istruttore cinofilo)